dal 2004

Incapaci di scegliere

In giovani, scuola, succede solo in italia on 27 ottobre 2017 at 10:22 am

Sì, come hanno scritto in tanti, l’obbligo di andare a prendere i figli a scuola sino ai loro quattordici anni è un insulto al buon senso. Ma non solo.

La vicenda partita da una sentenza della Corte di Cassazione di Firenze, infatti, riassume molti degli aspetti deteriori di un Paese come il nostro che ogni giorno di più sembra fermo al palo. Le parole della ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli («mamme, fatevene una ragione: dovete andare a prendere i figli a scuola») riassumono come meglio non si potrebbe molti dei difetti e delle controindicazioni contro i quali ci scagliamo quotidianamente. Per sommi capi, eccone quattro.

1) Ci lagniamo di vivere un Paese dove i più giovani non si scantano mai, restano a casa dei genitori troppo a lungo, sono pigri e svogliati e hanno bisogno di avere sempre la pappa pronta, come si diceva un tempo. Esibiamo a tal fine confronti impietosi con altri Paesi europei, dove viceversa i ragazzi lasciano il tetto paterno (e materno) molto presto. (Salvo poi disinteressarci delle ragioni strutturali per cui questo accade: Politiche pubbliche che latitano, capitolo I.)

P1020438-001

2) Non perdiamo occasione per indignarci dei divari di genere, sobbalziamo a ogni espressione politicamente scorretta, discutiamo animatamente se quando a capo di un dicastero c’è una signora la si debba chiamare «ministro» o «ministra». Poi la stessa titolare del ministero dell’Istruzione cade, forse senza neppure accorgersene, in un bel «mamme, fatevene una ragione: dovete andare a prendere i figli a scuola». E i padri? Forse anche i padri, di tanto in tanto, si occupano dei figli (o almeno sarebbe auspicabile costruire una società che permettesse loro di farlo più di quanto non accada oggi: Politiche pubbliche che latitano, capitolo II).

3) Ci dogliamo delle debolezze delle due più importanti agenzie di socializzazione, la famiglia e la scuola, salvo assistere a un continuo rimpallarsi di responsabilità tra l’una e l’altra. Leggiamo sgomenti studi autorevoli che illustrano la presa del potere da parte di una terza agenzia di socializzazione, più forte di tutte le altre e virtuale, quella che passa dagli smartphone dei nostri figli. Ma poi rischiamo di eliminare – per forza di legge – quel poco che resta di una sana e robusta socializzazione tra pari: dopo al scuola, andando verso casa, tra compagni di scuola. (Non sarebbe il caso di agevolare quest’ultima tipologia, anziché frenarla? Vedi alla voce orari scolastici e di lavoro, trasporti pubblici, ecc.: Politiche pubbliche che latitano, capitolo III).

4) Osserviamo orripilati i dati sull’inquinamento, discutendo dei modi migliori per ridurre l’impatto dei nostri stili di vita da adulti viziati sull’aria che respiriamo tutti, a cominciare dai più piccoli. Poi obblighiamo i genitori ad andare a recuperare i figli a scuola, naturalmente con l’auto privata (Politiche pubbliche che latitano, capitolo IV].

Questo, siamo. Un Paese al palo. Capace di scandalizzarsi e di indignarsi, per un giorno o due. Salvo poi ritornare alla rassegnazione quotidiana.

[P.S.: la fotografia che accompagna il post è stata scattata a Berlino]

Annunci

Se questa è Europa

In immigrazione on 4 luglio 2017 at 1:56 pm
Eventi importanti che accadono su una stessa questione sono il segnale che le cose stanno precipitando. Questa almeno è l’impressione – seppure superficiale, basata su uno sguardo da lontano, magari pure pregiudiziale – che si ha seguendo ciò che accade tra Italia (paese fondatore dell’Unione europea e, nonostante tutto, non ancora in fondo alle classifiche in fatto di Pil) e, appunto, Unione europea.
Nell’ordine, solo nella giornata di oggi:
  • i giornali italiani danno conto delle reazioni europee al diktat del nostro governo sui migranti: “Migranti, un accordo a metà”. Detto altrimenti, né Spagna né Francia sono disposti ad accogliere le navi delle Ong che salvano migranti in mare, che dunque dovrebbero continuare a giungere nei porti italiani (prima metà dell’”accordo”). Nel contempo però verranno dati soldi alla Libia (seconda metà).
  • se dunque il diktat italiano ai compagni europei verrà messo in atto, l’Italia non consentirà più alle navi delle Ong di attraccare nei nostri porti. Alla faccia del diritto internazionale.
  • pare sulla buona strada. Oggi, ad esempio, è stato negato il permesso a una nave di Medici senza frontiere di lasciare il porto di Palermo per le consuete operazioni di soccorso in mare.
  • sempre oggi, il Parlamento europeo accoglie in un’aula semideserta la discussione sulle quote dei ricollocamenti dei migranti tra i diversi Paesi dell’Unione. Ricollocamento che, come è noto, si è rivelato sin qui un completo fallimento, nonostante i numeri iniziali fossero minimi rispetto agli arrivi dal Sud del mondo.
  • non solo, ma chi ha voluto ha potuto seguire il surreale scambio al Parlamento europeo tra i due vertici dell’Europa istituzionale, il presidente della Commissione Juncker, che accusava i parlamentari di essere “ridicoli”, e il presidente del Parlamento Tajani, che indispettito esigeva le scuse di Juncker.
  • Infine, almeno per ora (sono le 16.00) l’Austria invia i tank al confine del Brennero e la Farnesina convoca d’urgenza l’ambasciatore austriaco a Roma.

Serve altro?

Il tutto accade mentre le partenze dalle coste del nord Africa non accennano a diminuire, a costo della vita di chi cerca di raggiungere l’Europa.

Le cose precipitano. E l’Europa va a rotoli.

Angela

In politica, terremoto on 13 giugno 2017 at 8:22 am

Angela ha settantun’anni e vive in una piccola frazione non distante da Amatrice. Gestisce in solitudine un piccolo punto di ristoro: due locali, uno con il banco del bar, l’altro con una piccola rivendita di generi alimentari e un bancone per i salumi e i formaggi. Due tavolini e un frigo per i gelati completano l’arredamento. La luce che filtra all’interno è poca, per cui le due plafoniere al neon appese al soffitto sono sempre accese. Sulla porta d’accesso pende una tenda di quelle fatte con le perline di plastica. Sulla vetrina spicca un cartello a stampa che recita, testualmente: «Autodemolizione Antonini&Olivieri, Sant’Egidio alla Vibrata (TE) – offre un servizio gratuito a tutti i proprietari di automezzi (auto e furgoni) danneggiati dal sisma. Trasporto, demolizione, cancellazione Pra a costo zero».

P1070548

Il bar di Angela, che ci lavora, racconta, da quando aveva quattordici anni, è in frazione La Picca. Un borghetto con qualche bella casa in sasso – curata, forse ristrutturata da seconda casa, come tante in queste zone – che convive con altri brutti palazzetti a due piani, costruiti in economia, dove il cemento e l’acciaio anodizzato degli infissi prevalgono. Le case di fronte sono pericolanti, ma il bar è aperto. Ed è uno dei rari punti vivi che si incontra per chilometri nel territorio incastonato tra quattro regioni che ha subìto il terremoto iniziato il 24 agosto del 2016 e non  ancora finito.

Un territorio abbandonato dallo Stato, dove neppure sono ancora state rimosse le macerie, e dove la presenza delle istituzioni è affidata ai ragazzi dell’esercito che presidiano gli incroci e bloccano le strade, obbligati a pesantissimi giubbotti antiproiettile, neanche fossimo a Mosul. Cartelli con divieti di accesso per ragioni di sicurezza, arterie fondamentali ancora abbandonate, qualche spianata assolata su cui lentamente i prefabbricati che verranno assegnati per sorteggio prendono forma. Scarsissimi se non del tutto assenti, ormai, i segni di una comunità.

P1070464

Chissà se ieri, a quasi 10 mesi dalla prima scossa, il segretario del Partito democratico Matteo Renzi, accompagnato dal presidente della regione Lazio Zingaretti, si è fermato a bere un caffè, dalla signora Angela. O se invece si è limitato a farsi fare quattro foto di rito da postare poi sui social. «Abbiamo preso una macchina e siamo saliti a Accumoli e Amatrice per fare il punto sui cantieri. Senza dirlo ai giornali, senza dirlo a nessuno». Una foto per documentare la stretta di mano con l’operaio appena sceso dal Bobcat, un’altra con lo sguardo attento alle casette in costruzione. La tenuta sportiva, come si conviene all’occasione, senza rinunciare alla camicia immacolata.

«Siamo saliti […] senza dirlo a nessuno, senza dirlo ai giornali». Ma, poi, non abbiamo resistito. E abbiamo postato su Facebook la nostra impresa.