dal 2004

Angela

In politica, terremoto on 13 giugno 2017 at 8:22 am

Angela ha settantun’anni e vive in una piccola frazione non distante da Amatrice. Gestisce in solitudine un piccolo punto di ristoro: due locali, uno con il banco del bar, l’altro con una piccola rivendita di generi alimentari e un bancone per i salumi e i formaggi. Due tavolini e un frigo per i gelati completano l’arredamento. La luce che filtra all’interno è poca, per cui le due plafoniere al neon appese al soffitto sono sempre accese. Sulla porta d’accesso pende una tenda di quelle fatte con le perline di plastica. Sulla vetrina spicca un cartello a stampa che recita, testualmente: «Autodemolizione Antonini&Olivieri, Sant’Egidio alla Vibrata (TE) – offre un servizio gratuito a tutti i proprietari di automezzi (auto e furgoni) danneggiati dal sisma. Trasporto, demolizione, cancellazione Pra a costo zero».

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Il bar di Angela, che ci lavora, racconta, da quando aveva quattordici anni, è in frazione La Picca. Un borghetto con qualche bella casa in sasso – curata, forse ristrutturata da seconda casa, come tante in queste zone – che convive con altri brutti palazzetti a due piani, costruiti in economia, dove il cemento e l’acciaio anodizzato degli infissi prevalgono. Le case di fronte sono pericolanti, ma il bar è aperto. Ed è uno dei rari punti vivi che si incontra per chilometri nel territorio incastonato tra quattro regioni che ha subìto il terremoto iniziato il 24 agosto del 2016 e non  ancora finito.

Un territorio abbandonato dallo Stato, dove neppure sono ancora state rimosse le macerie, e dove la presenza delle istituzioni è affidata ai ragazzi dell’esercito che presidiano gli incroci e bloccano le strade, obbligati a pesantissimi giubbotti antiproiettile, neanche fossimo a Mosul. Cartelli con divieti di accesso per ragioni di sicurezza, arterie fondamentali ancora abbandonate, qualche spianata assolata su cui lentamente i prefabbricati che verranno assegnati per sorteggio prendono forma. Scarsissimi se non del tutto assenti, ormai, i segni di una comunità.

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Chissà se ieri, a quasi 10 mesi dalla prima scossa, il segretario del Partito democratico Matteo Renzi, accompagnato dal presidente della regione Lazio Zingaretti, si è fermato a bere un caffè, dalla signora Angela. O se invece si è limitato a farsi fare quattro foto di rito da postare poi sui social. «Abbiamo preso una macchina e siamo saliti a Accumoli e Amatrice per fare il punto sui cantieri. Senza dirlo ai giornali, senza dirlo a nessuno». Una foto per documentare la stretta di mano con l’operaio appena sceso dal Bobcat, un’altra con lo sguardo attento alle casette in costruzione. La tenuta sportiva, come si conviene all’occasione, senza rinunciare alla camicia immacolata.

«Siamo saliti […] senza dirlo a nessuno, senza dirlo ai giornali». Ma, poi, non abbiamo resistito. E abbiamo postato su Facebook la nostra impresa.

«Scontrinista» sarà poi lei

In giovani, lavoro, libri on 29 maggio 2017 at 10:43 am

Tante piccole immagini compongono poco alla volta uno scenario. È quanto sta accadendo in Italia anche a proposito del lavoro precario, giovanile e non. O, se si preferisce, del lavoro giovanile, precario e non. Le vicende degli ultimi anni compongono un quadro davvero desolante di uno dei più gravi blocchi alla crescita, civile ancor prima che economica, di un Paese che continua ad aggrapparsi agli zero virgola nelle previsioni sull’andamento del proprio Prodotto interno lordo. Ma che sembra non riuscire a trovare soluzioni, seppure piccole e parziali (il che non vuol significherebbe necessariamente prive di rilevanza o di corto respiro) per rimettere in movimento se non l’aumento dei posti di lavoro almeno la speranza di poterne ottenere uno.

La vicenda dei cosiddetti «scontrinisti» impiegati da volontari alla Biblioteca Nazionale di Roma è solo l’ultima in ordine di tempo di una serie di piccoli flash che ci rendono l’immagine sovraesposta e sbiadita di un Paese che arranca. Una storia di si è parlato anche sui grandi quotidiani nel corso della settimana passata, dopo che a più riprese, e da tempo, se n’era occupato «il manifesto», a opera di Roberto Ciccarelli.

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Chi guida la Biblioteca nazionale di via Castro Pretorio, una vera e propria istituzione insieme alla Centrale di Firenze, si trova a dover gestire una mole notevole di lavoro: basti pensare che le sue collezioni ospitano quattro milioni e mezzo di volumi. Anche solo spolverarli, quattro milioni e mezzo di libri. C’è la catalogazione, c’è la distribuzione, c’è il riordino. Insomma, un gran lavoro. Per svolgerlo servono braccia, perché quelle arruolate in pianta stabile dal Mibact non bastano. L’organico è sempre carente, per di più gli addetti che fanno capo al ministero hanno un’età media elevata (quasi 55 anni). Sicché per coprire le esigenze di una biblioteca (e che biblioteca) si ricorre al volontariato. Non si tratta di lavoro volontario svolto da signore e signori in pensione che per tenersi impegnati collaborano alle attività di una piccola biblioteca di quartiere. Ma di lavoro svolto con regolarità, a seguito di un bando e, seppure in maniera del tutto impropria, insufficiente e rocambolesca, retribuito.

I «volontari», tramite un’associazione (va da sé, di volontariato) si «impiegano» per attività di riordino e distribuzione, a fronte di un rimborso mensile che non supera in ogni caso i quattrocento euro. Rimborso che si può richiedere a fronte della presentazione di scontrini (da qui «scontrinisti») che attestino le spese sostenute per cibarsi durante le giornate di lavoro.

Ciò accade per anni, tanto che i «volontari» poco alla volta fanno di questa attività un’attività stabile e continuativa. Sicché a un certo punto alcuni di loro, ventidue, decidono di protestare, e di farsi sentire: “ehi, guardate che qui, nella più grande biblioteca italiana, c’è chi lavora per quattrocento euro al mese. Se si riescono a mettere insieme scontrini a sufficienza» (i quattrocento eurini devono servire anche per le bollette e la metro, quindi che si fa: si cerca di spendere il meno possibile per mangiare, magari portandosi il cibo da casa, e si raccattano scontrini dove capita). Ciò detto, i ventidue vengono subito licenziati (si fa per dire), poiché il direttore della biblioteca, non appena viene a sapere della protesta, sospende la convenzione con l’associazione cui i ventidue fanno capo.

Una vicenda indecorosa, che non avrebbe bisogno di altri dettagli. Se non fosse che contestualmente all’invio della comunicazione con cui i ventidue «scontrinisti» vengono rimossi dal loro incarico, la medesima Biblioteca che li aveva impiegati per anni si trova a dover coprire di nuovo i servizi da loro svolti sino a quel punto. E dunque a indire un nuovo bando pubblico «per la selezione di un’associazione di volontariato senza scopo di lucro [sic!] per supporto alle attività di accoglienza, distribuzione e ricollocazione di materiale bibliografico», per i quali «è previsto un contributo a titolo di rimborso spese, per venti giorni al mese, per un costo lordo non superiore a euro 27,50 per ciascun volontario impiegato [corsivo nostro] per una giornata di attività della durata massima di 4 ore».

Nel frattempo – ma che c’azzecca, in fondo? parliamo di volontariato, mica di lavoro – il tasso di disoccupazione della regione Lazio certificato dall’Istat supera il 41%.

 

[immagine: Federica, 32 anni, «impiegata» da 5 – © 2017 Francesco Capponi]

La conversazione necessaria

In consumi, giovani, libri, scuola on 5 maggio 2017 at 7:29 am

Nel 2013 la Nokia commissionò uno studio sull’uso del telefono cellulare negli Stati Uniti. Dai dati raccolti emerse che in media un americano adulto controllava il proprio telefonino ogni sei minuti e mezzo. Sarà forse per questo che ora, dopo avere annunciato una riedizione del mitico 3310 – uno storico cellulare “basic”, con pochi fronzoli, fatto per telefonare e al massimo inviare sms – la multinazionale finlandese sta investendo massicciamente per produrre una nuova generazione di smartphone da immettere sul mercato mondiale.

Che quello degli smartphone sia un settore particolarmente ricco è evidente (nel 2015 si calcola che ne siano stati vendute circa 340 milioni di unità). Per rendersene conto non è necessario leggere i dati riportati nell’ultimo lavoro di Sherry Turkle – sociologa della scienza al Mit di Boston, già autrice di molti volumi dedicati all’impatto della tecnologia sulle nostre vite, alcuni tradotti in italiano. Basta guardarsi intorno: prendere un autobus o un treno, pranzare in un ristorante, partecipare a una riunione di lavoro o a un incontro tra genitori a scuola.

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L’impatto è stato devastante da molti punti di vista, innanzitutto da quello dei rapporti tra persone, ai più diversi livelli, e sta portando a una sorta di mutazione antropologica. In particolare, in questo volume Turkle si occupa di ciò che sta accadendo alle nostre conversazioni e lo fa partendo da David Thoreau, lo scrittore statunitense esponente del trascendentalismo, l’“uomo dei boschi”, di cui riporta subito in exergo questa citazione: “In casa avevo tre sedie; una per la solitudine, due per l’amicizia, tre per la compagnia”. Turkle parte da qui per strutturare il suo lavoro. L’impatto dei nostri telefoni onnipresenti tocca infatti tanto la prima dimensione (quella della solitudine e dell’introspezione, del sapere restare con se stessi), quanto la seconda (la famiglia, l’amicizia, l’amore) e la terza (l’istruzione, il lavoro). Non c’è ambito, insomma, in cui la presenza di un telefono accanto a noi non modifichi profondamente il nostro comportamento sociale. E ciò accade fin dalla prima infanzia.

L’età a cui regaliamo ai nostri figli il primo cellulare si è progressivamente abbassata, e anche per i più piccoli si tratta ormai di uno strumento divenuto indispensabile in ogni momento della giornata. Le nuove applicazioni, pensate specificamente per loro, la facilità d’uso, il costo ormai abbordabile per la maggioranza delle famiglie hanno reso scontato che anche un bambino di pochi anni sia legittimato non solo a possedere ma anche a utilizzare nelle situazioni più disparate, esattamente come fanno i suoi genitori, il proprio smartphone. Le conseguenze sono forti e il tempo trascorso da quando i primi smartphone sono stati immessi sul mercato rendono disponibili molte ricerche, variamente richiamate nel libro, che tali conseguenze sottolineano.

Cominciando dalla prima “sedia” di Thoreau, sia la psicologia dello sviluppo sia le neuroscienze hanno da tempo messo in rilievo l’importanza della solitudine. Sin dalla prima infanzia, la capacità di vivere certi momenti della giornata da soli ci permette di cercare il contatto con gli altri, vedendoli però come separati da noi e indipendenti. La fase della vita in cui da bambini ci si «inventa» un gioco non è, come si potrebbe pensare, una cartolina romantica presa dagli anni Sessanta. È e resta un momento fondamentale nella costruzione dell’individuo. Inoltre, come ricorda Turkle, “la capacità di vivere la solitudine risulta essenziale allo sviluppo dell’empatia, ed è per questo che la solitudine segna l’inizio del ciclo virtuoso della conversazione” (p. 81). Una scarsa empatia avrà conseguenze rilevanti nei rapporti tra quei bambini allorché saranno adulti. Diventerà difficile, ad esempio, saper condividere il dolore provato da un amico per la perdita di una persona cara. È uno dei paradossi di questa nuova era caratterizzata, almeno in apparenza, da una continua condivisione con gli altri dei nostri stati d’animo. Turkle non la cita, ma viene in mente la trattazione che dell’empatia fece Edith Stein, la quale portava ad esempio il caso di un amico che ci racconta di avere perduto il fratello. Non è necessario aver alcuna percezione esterna di quel dolore, perché l’empatia, l’entrare in contatto con quel dolore, diverso da ogni altro perché proprio del mio amico, non ha bisogno di alcuna rappresentazione esterna (si veda E. Stein, L’empatia, 1917, trad. it. Angeli, 1986). Che cosa può dunque accadere oggi, si chiede Turkle, se i bambini sono così presi dai loro cellulari da impedire che si realizzi “quella preziosa composizione alchemica di solitudine e capacità empatiche”? Preoccupazioni come quelle esposte nei capitoli su solitudine e introspezione possono a prima vista apparire come tipiche di un atteggiamento fondamentalista, di rifiuto aprioristico di un mondo che va rapidamente, e incontrando pochi ostacoli, in una certa direzione.

Eppure le conseguenze di un’educazione che si svolge sin dall’infanzia, direttamente o indirettamente, alla presenza continua dei nostri dispositivi elettronici appaiono evidenti anche nelle fasi successive, dall’adolescenza all’età adulta. E non è forse un caso che i genitori che lavorano per le società di social media nella Silicon Valley preferiscano mandare i figli (potendoselo permettere, per inciso) in scuole senza tecnologia. Alla faccia della nostra mania di dedicare le poche risorse disponibili per dotare sin dalle elementari le classi della loro brava Lim, la lavagna multimediale senza la quale la maggioranza dei dirigenti scolastici italiani si sente in difetto. Steve Jobs, come ricorda il suo biografo Walter Isaacson, faceva in modo di limitare l’uso di iPad e iPhone ai figli. Lo stesso capo-progettista di Apple, Jonathan Ive, imponeva ai figli un tempo limitato da trascorrere davanti allo schermo del computer. Del resto, anche Berlusconi limitava l’uso della televisione in famiglia. Come ricorda Turkle, “gli alti dignitari del nostro mondo tecnologico non vivono sempre la vita che costruiscono per gli altri”.

Proseguendo verso l’età adulta, diversi studi hanno chiarito che la “vita online” viene ad associarsi con un sensibile decremento dell’empatia e una diminuita capacità di introspezione. Turkle cita alcuni casi studiati da lei stessa, dove gli studenti appaiono incapaci di tenere semplici relazioni faccia a faccia, preferendo, sia nei rapporti con i coetanei, sia con i propri docenti, la comunicazione elettronica. Una mail o un messaggio permettono un maggiore controllo della comunicazione. Il rapporto diventa molto più neutro, si riducono, o almeno si crede che sia così, le possibilità di scegliere le parole sbagliate. L’ansia, almeno in apparenza, viene messa sotto controllo. Il problema è che poco alla volta questi stessi studenti perdono la capacità di rapportarsi in maniera diretta con l’altro da sé, e prevedibilmente non la acquisiranno negli anni a venire, o faranno molta più fatica.

Lo stesso accade nella vita affettiva, cui è dedicato il capitolo sull’amicizia e sulle storie d’amore (le “due sedie” di Thoreau). Se si deve troncare un rapporto, non si sceglie nemmeno la telefonata, che comunque imporrebbe di confrontarsi con il ragazzo o la ragazza che si sta per lasciare. Molto meglio un messaggio: più neutro, asettico come l’ago di una siringa. Tuttavia, come chiunque utilizzi frequentemente i più diffusi tipi di messaggistica, un messaggio non è certo privo di insidie. Così, anche nei rapporti tra persone che si amano o comunque dovrebbero conoscersi bene, si fa ampio ricorso alla punteggiatura e alle icone. Anche in questo caso, come in molti descritti nel libro, le possibilità offerteci dalle nuove tecnologie applicate alle nostre pseudo-conversazioni si tramutano spesso in boomerang.

Pseudo-conversazione, appunto. Il libro è non a caso, sin dal titolo, un’ode ragionata all’importanza della conversazione e alla necessità urgente di un suo recupero nel mondo di oggi. Dai mancati scambi tra bambini che si ritrovano al parco e invece di intrattenersi tra loro giocando a pallone o scalando la torre di funi si perdono con la massima concentrazione sull’ultimo videogioco, sino alle cene in famiglia, sempre più spesso interrotte dall’“urgenza” di controllare i cellulari. (La tecnologia sa essere anche spietata, oltre che straordinariamente utile e “performante”: si pensi a Snapchat, il servizio di messaggistica che crea immagini che, una volta inviate, restano visualizzate solo pochi secondi dopo averle aperte.) Sino ai momenti di co-presenza fisica tra adulti nelle situazioni più disparate: a tavola, a una riunione di lavoro, a un semplice incontro tra amici. La tentazione di controllare il proprio telefono è il più delle volte irresistibile. Capita a tutti, tanto che nessuno ormai si sente indenne e dunque nella posizione di biasimare l’altro. Facile intuire le conseguenze sulla conversazione. Si riduce la nostra capacità di confronto, tanto che sui social evitiamo chi non la pensa come noi e anzi cerchiamo conferme delle nostre convinzioni in chi ha già opinioni non troppo distanti dalle nostre, spesso formatesi sulla base di processi analoghi, e dunque altrettanto parziali e fuorvianti. Come rileva Turkle, c’è un che di ironico in questa nostra fuga dalla conversazione, allorché “ci rivolgiamo all’intelligenza artificiale per fare conversazione nel momento stesso in cui siamo in fuga dalla conversazione con i nostri simili” (p. 71).

In un tempo in cui era davvero difficile, se non impossibile, anche solo immaginare le nuove forme di comunicazione elettronica di cui disponiamo oggi, David Riesman, ne La folla solitaria, (1950, trad. it. Il Mulino 1956, nuova ed. 2009) descrisse una vita eterodiretta, nella quale misuriamo il nostro valore in base a ciò che amici e conoscenti pensano di noi, con il dubbio di non avere tutto ciò che loro hanno. Sherry Turkle (che ha dichiarato di considerare Riesman la sua principale fonte d’ispirazione) rintraccia diverse situazioni abituali delle nostre relazioni sociali in cui l’intuizione di Riesman ha trovato attuazione. Cita, ad esempio, il caso di Kati, una studentessa al primo anno di college, che si trova spiazzata di fronte al gran numero di opzioni che in molte occasioni ha a disposizione. Decidere pensando a ciò che gli altri fanno o potrebbero fare diventa un’impresa. Anche semplicemente scegliere con chi trascorrere la serata. “Invece di chiacchierare con le persone con cui siamo, stiamo al cellulare, a verificare come stanno andando altre feste, chiedendo se succede qualcosa di interessante e cercando di capire se faremmo meglio a essere là anche noi. Finisci con il non parlare con i tuoi amici perché stai al cellulare, per avere informazioni e capire se dovresti essere da qualche altra parte” (p. 177).

Veniamo ora alle “tre sedie” di Thoreau, i capitoli che Turkle dedica all’istruzione e al lavoro. Anche qui gli esempi, derivati da ricerche ed esperienze dirette oltre che dalla semplice osservazione sul campo, non mancano. E permettono all’autrice di allungare la lista delle controindicazioni delle “nuove” conversazioni a scapito di quella, per così dire, “tradizionale”. Si pensi, fra i tanti possibili, al caso del multitasking (sul punto, si veda ad esempio P. Legrenzi e C. Umiltà, Una cosa alla volta. Le regole dell’attenzione, Il Mulino, 2016). Un’attività ormai sempre più frequente anche nelle aule scolastiche e sui luoghi di lavoro, che ci dà l’illusione di rendere maggiormente, mentre in realtà, come è stato dimostrato (ma forse era facilmente intuibile, in fondo), se chiediamo al nostro cervello di muoversi rapidamente da una cosa all’altra, la nostra prestazione subisce un ulteriore deterioramento ogni volta che aggiungiamo una nuova attività. “Il multitasking ci dà una sferzata a livello neurochimico che ci induce a pensare di rendere il massimo, mentre in realtà stiamo andando di male in peggio” (p. 249).

Gli effetti di una simile gestione delle nostre attività è evidente anche in molte occasioni sui luoghi di lavoro. Sta iniziando ora, da parte di alcune aziende “innovative”, un cammino all’indietro: vietatissimi i cellulari ai meeting di lavoro, riunioni brevi, spesso a inizio giornata, di pochi minuti e in piedi. Altrettanto biasimato l’uso del cellulare per ragioni professionali durante il weekend, mail bandite a ogni costo.

L’invito, che Turkle riprende e amplia nell’ultimo capitolo, significativamente intitolato La quarta sedia è dunque uno: disconnettersi per connettersi. A cominciare da un recupero della capacità di ascolto gli uni verso gli altri. Un ascolto diretto e franco, non mediato da alcun dispositivo elettronico, che riavvicini le persone e le “inchiodi”, per così dire, alle loro responsabilità. Di genitori, studenti, insegnanti, colleghi.

Può apparire un invito stancamente retorico. Ma forse è in realtà un grido d’allarme da prendere terribilmente sul serio.

Sherry TURKLE, La conversazione necessaria. La forza del dialogo nell’era digitale, trad. it. Torino, Einaudi, 2016 [Penguin Press, 2015], 448 pp.

[Pubblicato su “il Mulino”, n. 2/2017, pp. 251-253]